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Ravenna: impressioni di viaggio dalla “città del silenzio”

Ravenna, “città del silenzio”, come immortalata da D’Annunzio, da secoli viene cullata dall’eco imperituro del canto del cigno dell’Impero Romano d’Occidente e dei versi di Dante. Il silenzio, il riflesso degli antichi splendori dell’epoca antica e tardoantica e la voce di Dante emergono come veri e propri leitmotiv dai resoconti di viaggio e dagli scritti delle centinaia di visitatori che dal XVIII al XX secolo hanno varcato le porte di Ravenna, meta imprescindibile di quella particolare esperienza formativa che fu il Grand Tour, alla scoperta della cultura, dell’arte, della storia e delle bellezze d’Italia, e tappa fondamentale del “viaggio dantesco”, un itinerario sulle orme di Dante che, grazie anche all’esempio e alle opere di Byron, divenne di gran moda per il turismo colto tra gli inizi del XIX e parte del XX secolo.


Nel 1819 Lord Byron giunse a Ravenna e della città in cui avrebbe soggiornato per oltre due anni in scrive: “Ravenna conserva del vecchio stile italiano più di qualsiasi altra città”, e ancora nelle sue rime: “… Più felice Ravenna! oh! di cadente Impero ultimo avanzo! a te nel grembo l’esule egregio ebbe riposo. Anch’ella di polvere immortale Arquà si vanta; Mentre Fiorenza indarno ognor richiama La spoglia di Colui che un giorno espulse” Nella città romagnola Byron ebbe modo di vivere con intensa partecipazione emotiva la sua devozione per Dante, con cui sentiva una profonda consonanza sia per il comune destino dell’“esilio”, sia per l’importanza che entrambi attribuirono al ruolo civile ed etico del poeta: “Io passo ogni giorno dove giacciono le ossa di Dante: una piccola cupola più forbuta che solenne protegge le sue ceneri, ma è la tomba del bardo, non la colonna del guerriero che quivi è venerata: tempo verrà in cui, subendo entrambe la stessa sorte, il trofeo del conquistatore e il volume del poeta scompariranno nella notte che copre i canti e le guerre anteriori alla morte del Pelide e alla nascita di Omero.” Notissime le pagine dedicate da Byron alla pineta ravennate, dove amava fare cavalcate solitarie, o inoltrarsi per meditare e trovare l’ispirazione, ricercandovi le suggestioni di Dante e Boccaccio: “… Dolce ora del crepuscolo! … nella solitudine della Pineta … sulle rive silenziose cui circoscrive l’immemorabile foresta di Ravenna che copre quel suolo dove un tempo ruggirono le onde dell’Adriatico, fino ai luoghi in cui sorgeva l’ultima fortezza dei Cesari; foresta sempre verde che rendono sacre per me le pagine di Boccaccio e i canti di Dryden, oh! quanto io ho amato l’ora del crepuscolo e te!”


Nel 1832 Antoine-Claude Pasquin Valery, nei suoi resoconti di viaggio in Italia, ricordava come “la tomba di Dante è, per l’immaginazione, il primo monumento di Ravenna, e una delle più illustri tombe del mondo”, anche se deluso per “la cappella meschina e di cattivo gusto (…) ben poco degna di una tale sepoltura”, critica, quest’ultima, assai ricorrente anche nelle memorie dei viaggiatori successivi. Proseguiva descrivendo metaforicamente la pineta attorno a Ravenna come “un velo funebre gettato dalla natura su quello che rimane della città decaduta”.


Jean Jacques Ampère, spinto dal culto di Dante che si stava affermando prepotentemente in tutto l’Occidente, intraprese un viaggio sulle orme del poeta e, nel 1839, pubblicò il suo Voyage dantesque: “Presso Ravenna, una deserta contrada, vaste e solitarie pianure, un cielo cupo, una luce morta, alla mia destra l’interminabile Pineta, alla sinistra il sole mezzo nascosto fra dense nubi di color rossastro, mi annunziavano la tomba di Dante. Ravenna è degna tomba di un Dante: città malinconica, e già tomba dell’impero romano d’Occidente, impero che nato in una palude venne a spirare in una laguna. La via che conduce a Ravenna costeggia una foresta di pini (...), la quale parvemi un immenso bosco funebre che servisse d’ingresso alla tomba comune a queste due grandi potenze, dinanzi alle cui memorie ogni altra tace.” E descrivendo il momento della visita alla tomba del poeta: “(…) dinanzi alla tomba ove riposa (…) quell’uomo la cui vita fu sì tormentata, la cui memoria è sì grande, (…) non vidi più i difetti dell’edificio, non vidi che l’illustre polve che l’abita, e la mia anima fu assorta interamente da un sentimento confuso di riverenza per la tomba di un amico sventurato, e di tenerezza per l’altare santificato dalle reliquie di un martire”.


Charles du Bois-Melly, nel 1877, riportava come “l’ombra di Dante si presenta ad ogni istante all’immaginazione dello straniero errante nei quartieri solitari di questa città inanimata, e nessuno viene qui senza farsi condurre alla tomba del poeta”.


Dalle molteplici memorie di viaggio su Ravenna l’impressione che maggiormente viene associata alla sua immagine è quella di “antica”, aggettivo spesso accompagnato da altri come “silenziosa”, “solitaria”, “deserta”, “decaduta” “morta”: in tal modo questa aura del passato e dell’antico sembra assumere toni meno glorificanti. In particolar modo l’attributo “morta” diverrà uno stereotipo difficile da eradicare, tuttavia, anche di questa sua atmosfera c’è chi ha colto l’aspetto più suggestivo, intimo e poetico.


Il visconte Eugène Melchior De Vogüé nel 1893 le dedicò un articolo, À Ravenne, sulla famosa Revue des deux mondes che ebbe una notevole eco. Così è descritto il momento del suo arrivo in città: “Il treno si ferma, si discende in una piazza deserta. Avvolta in questo lenzuolo di vegetazione, una piccola città a tinte rugginose, vuota, silenziosa, emerge come un oggetto antico e disusato, con l’aria di una vecchia d’altri tempi dimenticata insepolta. È Ravenna, la dolce morta, la Bisanzio occidentale”, e per un “inaspettato capriccio della storia (…) la civiltà s’è concentrata per un istante in questo luogo”. Segue la difficoltà nell’inglobarla in un’immagine univoca: “Quello che si vede qui è un resto latino o un promontorio avamposto d’Oriente?”; si tratta di una “città ibrida” dove “l’arte pagana diventa cristiana, l’Augusto italico (…) diviene greco, i re barbari (…) assumono il ruolo di Cesari (…)”. Ma, oramai, nella Ravenna attuale tutto ciò non esiste più, “i secoli l’hanno sommersa insieme a queste terre d’apporto, in cui occorre cercare a due metri di profondità il suolo antico e le basi delle colonne”. Ed è per questa sua caratteristica che, anche il De Vogüé, come tanti altri, la definisce “la tomba delle tombe”, ma non secondo lo stereotipo che la dipinge come funerea o desolata, al contrario: “Ravenna non è lugubre. (…) È la dolce morta. Non c’è orrore intorno a lei, perché non c’è lotta della vita contro la normale dissoluzione; perché non c’è niente di reale, in questo fantasma di un momento storico lontanissimo (…). Non c’è che pace, con un fascino infinito, sopra queste ceneri così poco disturbate”. E’ a Ravenna che “vennero a spirare , annichilirsi e infine riposare le più grandi anime che l’umanità abbia conosciuto, l’anima di Roma, l’anima di Dante, qui esse hanno trovato la pace, come il vicino fiume nel mare”. E anche De Vogüé non può mancare di fare una visita alla Pineta di Dante e una volta uscito da “questo labirinto” arboreo gli si apre dinnanzi “uno spettacolo magico”. S’intravede tra “le arcate dei grandi pini, immobili e neri (…) una piana indefinibile, steppa, torbiera, palude” che “srotola la sua tela vuota fino alle linee incerte del mare”, e in questo apparente “deserto” dove sembra non vi sia “nessun accadimento, nessun movimento” qualcosa si muove: ”grandi vele, dai vivaci toni arancioni e color zafferano, si spostano lentamente rasoterra, senza che si scorgano le barche che le portano nei canali: un miraggio in più, oltre a quelli che il baluginare di un’aria bruciante fa tremare sui piani lontani di questa solitudine».


Non mancano tra i molteplici visitatori di Ravenna anche quelli d’oltreoceano, tra questi una voce su tutte, quella di Henry James, con ben undici pagine dedicate alla città romagnola, nella sua raccolta Ore italiane, scritta tra il 1872 e il 1909: “Di Ravenna comunque non ho che da sorridere, di un sorriso grave, meditabondo, filosofico, mi affretto a precisare, così come conviene alla dignità storica (…) del luogo. (…) dovunque (...) scintillio delle volte e delle trabeazioni ricoperte di mosaici più o meno arcaici, ma sempre brillanti ed elaborati; dovunque si sentiva anche lo stesso profondo stupore per il fatto che, mentre i secoli erano trascorsi ed erano caduti e risorti imperi, queste piccole tessere colorate di pasta vitrea rimanevano nelle loro sedi conservando intatta la loro freschezza.” Anche lui rivolge un’attenzione particolare alla foresta ravennate e quando arriva a Classe rimane folgorato dalla splendida e solitaria Basilica di Sant’Apollinare: “Tra la città e la foresta, nel mezzo di un terreno paludoso e malarico, si innalza la più bella delle chiese ravennati, l’imponente tempio di Sant’Apollinare in Classe. (…) La sua posizione di assoluta solitudine ne raddoppia l’effetto. (…) Rimasi lassù in alto per una memorabile mezz’ora, seduto in quell’onda di luce morbida, a guardare in basso la grigia e fredda ampiezza della navata, e poi fuori dalla porta spalancata, verso il verde vivido degli stagni, porgendo l’orecchio a quella quiete malinconica”.


In tempi più recenti Demetrio Merejkowsky (1938) non vede un “luogo migliore, per l’ultimo rifugio di Dante, della vecchia Ravenna, tomba dei secoli, culla dell’eternità”, e Marguerite Yourcenar, in visita a Ravenna nel 1935, le dedica un capitolo che confluirà nella sua raccolta Pellegrina e Straniera: “Per queste strade fiancheggiate di case basse, dove di tanto in tanto esplode il banale fragore di una fanfara, tra negozi che espongono le loro lusinghe fuori moda, ogni tanto emana il sentore di noia delle giornate troppo lunghe, dei doveri monotoni, e l’Invidia è il più vezzeggiato dei sette vizi capitali. Le sole chiese, nascoste qua e là dietro le loro facciate di mattoni ruvide, quasi sotterranee, accessibili solo attraverso corridoi lunghi e sinuosi, si aprono come spiragli di un mondo dell’anima”.


Non solo viaggiatori e scrittori stranieri, l’esperienza di un viaggio a Ravenna rimane ben viva ed emozionante anche nella memoria dei tanti italiani che l’hanno visitata e vissuta. Dalla “città solitaria e di grandi memorie” di Carducci, “asilo conveniente a Dante vecchio; (…) qui (…) la pianura, il mare, le tombe de’ Cesari”, passando per “l’antica selva” pascoliana, “sublime cattedrale”, “sul mar, che trema per grida atroci o per melodie sante: in quella selva s’agita il poema sacro di Dante”, fino all’onorifica constatazione dello storico Arnaldo Momigliano, che per “comprendere la storia italiana” prende un treno e viene a Ravenna dove “Lì, tra la tomba di Teodorico e quella di Dante, nella rassicurante vicinanza del miglior manoscritto esistente di Aristofane e in quella meno rassicurante del miglior ritratto dell’imperatrice Teodora, posso cominciare a sentire quel che la storia italiana è stata in realtà». E tra tutti, il tributo più acuto e imperituro a Ravenna, il canto di D’Annunzio: “Ravenna, glauca notte rutilante d'oro, sepolcro di violenti custodito da terribili sguardi, cupa carena grave d'un incarco imperiale, ferrea, construtta di quel ferro onde il Fato è invincibile, spinta dal naufragio ai confini del mondo, sopra la riva estrema! (...) Solo si partirà dal tuo sepolcro per vincer solo il furibondo Mare e il ferreo Fato.”


Ravenna, la silenziosa “dolce morta”, malinconico “deserto” senza ombre, città dormiente, “tomba delle tombe” e di se stessa, luogo in cui percorsi pochi scalini verso il sottosuolo avviene la magia: dal silenzio assordante dei suoi spazi esterni e dei suoi vicoli ci si ritrova avvolti dal silente canto di un passato fulgido e imponente, cristallizzatosi nel presente per formare un’unica materia e diventarne sostanza essenziale e quotidiana. E, a firmamento di questa rilucente e possente storia e materia, i versi di Dante a volteggiare in eterno sulla città in cui trovò, finalmente, protezione, accoglienza, affetto e ammirazione negli ultimi anni della sua vita; città, Ravenna, che 700 anni fa il fato volle divenisse la sua ultima dimora terrena.


Viaggiatori del 2021, che stiate percorrendo il vostro personale “Voyage dantesque” in occasione delle celebrazioni del settecentenario della morte di Dante, o un Grand Tour d’Italia, o che siate semplicemente di passaggio, magari per lavoro o diretti verso la nostra bella riviera romagnola, Ravenna è qui, aperta e pronta ad accogliervi con i suoi tesori, la sua luce, i suoi “silenzi” e la sua ospitalità... come la storia insegna.








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