Dante Alighieri alla corte di guido novello

«Era in que’ tempi signore di Ravenna, famosa e antica città di Romagna, uno nobile cavaliere, il cui nome era Guido Novel da Polenta; il quale, ne’ liberali studii ammaestrato, sommamente i valorosi uomini onorava, e massimamente quegli che per iscienza gli altri avanzavano».


Con queste parole Giovanni Boccaccio descrive la situazione politica di Ravenna all'epoca dell'arrivo del Sommo Poeta, nel Trattatello in Laude di Dante, le cui tre redazioni sono collocabili a cavallo fra gli anni '50 e '60 del Trecento.


Guido Novello, discendente dai signori del castello romagnolo di Polenta, presso Bertinoro, apparteneva a quella grande aristocrazia militare dell’Appennino, che dalla seconda metà del Duecento stava imponendo il proprio dominio sui comuni di Romagna. Aveva compiuto il suo apprendistato politico come consigliere e savio del comune di Ravenna, e come capitano del popolo e podestà di Reggio e Cesena, e nel 1316 aveva ottenuto la carica di podestà a vita dopo la morte dello zio.

La prima testimonianza figurativa del Sommo Poeta alla corte di Guido Novello è rappresentata dall’opera realizzata da Andrea Pierini nel 1850 ca., conservata presso la Galleria d’Arte Moderna di Palazzo Pitti, a Firenze. Nella tela Dante è rappresentato in piedi al centro della stanza nell’atto di declamare un testo che sta provocando evidente angoscia presso la corte. Guido Novello, seduto su uno scranno, vestito di rosso e con berretto piumato, rivolge lo sguardo verso lo spettatore e sembra intenzionato con un gesto della mano ad interrompere la struggente lettura. Al centro della scena è ritratta la moglie di Guido, Caterina Malavicini da Bagnacavallo, sulla cui spalla destra si stringe una fanciulla. Sulla sinistra, una giovane travolta dell'emozione, trova conforto fra le braccia di un’altra donna, in piedi alle sue spalle. La critica ha interpretato il turbamento generalizzato come conseguenza della lettura del quinto canto dell’Inferno, nel quale si narra della tragica quanto celebre vicenda che vide protagonisti Francesca da Polenta, zia di Guido Novello, e l’amante Paolo Malatesta, che fu capitano del popolo a Firenze fra il 1282 e il 1283.

"Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende prese costui de la bella persona che mi fu tolta; e ’l modo ancor m’offende. Amor, ch’a nullo amato amar perdona, mi prese del costui piacer sì forte, che, come vedi, ancor non m’abbandona. Amor condusse noi ad una morte: Caina attende chi a vita ci spense». (Inf. V, 100 - 107)

Francesca, figlia di Guido Minore da Polenta, andò sposa fra gli anni 70 e 80 del Duecento a Gianciotto Malatesta, signore di Rimini nell'ambito di un matrimonio politico, che doveva segnare la riconciliazione fra le due casate dopo un lungo periodo di lotte. Si innamorò però di Paolo, fratello di Gianciotto, che, scoperto il loro amore, li uccise per vendetta, tanto che nel canto si preannuncia il fatto che dovrà scontare la sua dannazione nella Caina, la zona infernale del IX cerchio destinata ai traditori dei parenti. Dante costituisce l’unica testimonianza di questo adulterio, e tutto ciò che ne fu scritto nei secoli successivi non è altro che amplificazione leggendaria e romanzesca.