LA TRAFILA GARIBALDINA

“Le due balle di seta sono giunte a salvamento”. Fu con questo telegramma dal tono enigmatico che Giovanni Verità, figura fondamentale nel salvataggio di Garibaldi, venne a conoscenza del buon esito della rocambolesca trafila garibaldina ovvero di quella lunga e incredibile avventura che, dopo l'esperienza della Repubblica Romana, portò Garibaldi a rifugiarsi nel delta del Po sottraendosi così alla cattura da parte degli austriaci. Se la prima balla di seta era chiaramente Garibadi, la seconda era il mitico Battista Culiolo detto Leggero, l'aiutante di Garibaldi, che fu sempre al suo fianco e che non lo abbandonò mai.


La vicenda della fuga di Garibaldi ha sempre avuto un profondo impatto nella memoria storica dei Ravennati. Ma chi salvò l'eroe dei due mondi? I comacchiesi, i ravennati, i toscani? Quante sono le trafile? Nella loggia del grano a Comacchio vi è una targa commemorativa che dice chiaramente che Garibaldi “veniva da cittadini comacchiesi gloriosamente salvato alle indomate speranze della patria nelle nuove battaglie della libertà”.


Inutile dire che Garibaldi fu un mito vivente, un eroe popolare incredibilmente amato in tutta Europa. Basti pensare che quando nel 1864 andò a Londra fu ricevuto in pompa magna, con piroscafo e carrozza privata, da 500.000 inglesi che lo volevano vedere e toccare. Un'acclamazione a largo raggio, dalle duchesse agli operai, tanto era grande la sua fama. Garibaldi fu anche ripetutamente invitato da Lincoln che lo voleva come comandante delle truppe del nord nella guerra di secessione. Naturale quindi che dalle valli comacchiesi ai monti dell'appennino, tutte le persone che lo aiutarono nella fuga ne reclamassero il merito.


La trafila garibaldina non fu un'azione improvvisata ma, al contrario, studiata ed organizzata nei minimi dettagli da uomini di grande intelligenza ed esperienza: Nino Bonnet, il grande regista delle operazioni di salvataggio nelle valli di Comacchio, "l'angelo salvatore“ come lo definì Garibaldi stesso; Giovanni Montanari, fervido patriota ravennate, uomo con una lunga esperienza di guerra che aveva partecipato ai moti del '21 e del '31 e del '48 che fece della sua casa una sorta di quartier generale per organizzare il salvamento di Garibaldi, che nel 1867 lo ringraziò personalmente; Giovanni Verità, il prete di Marradi che, per aver partecipato a questa storica impresa, fu sepolto nel cimitero non cattolico del suo paese.


Ciò che commuove ancora oggi è la dimensione corale della trafila ovvero la partecipazione e collaborazione di persone appartenenti non solo alla borghesia illuminata ma a diverse classi sociali. Chi aiutò Garibaldi furono artigiani, commercianti, barbieri, fattori, guardiani di chiaviche, pescatori, fiocinini, pastori contadini e contrabbandieri. Potremmo concludere dicendo che l'elenco dei salvatori è lungo e vario e che Garibaldi fu innanzitutto salvato dal coraggio, dall'intraprendenza e dalla generosità di tanti comacchiesi, romagnoli e toscani.


Ravenna non dimenticò i salvatori ravennati che avevano rischiato la loro vita per salvare Garibaldi, diede loro una pensione ed eresse una tomba comune nel cimitero monumentale della città.


La trafila garibaldina è una storia ottocentesca, risorgimentale, piena di suspence, non priva di momenti tragici (la morte di Anita), che vide Garibaldi affidare la propria vita a vallanti, fattori, contadini, patrioti e sacerdoti che, per anni, raccontarono a parenti, figli e nipoti l'incredibile avventura che avevano vissuto accanto al grande generale.